Giro di vento

Dopo “Due di due”, il libro che ho, in assoluto, riletto più volte, il mio secondo rapporto con Andrea De Carlo è stato possibile grazie a “Giro di vento”, scovato quasi per caso nella libreria dei miei genitori.

Inutile negare che le aspettative erano altissime, ed altrettanto stupido sarebbe nascondere come esse siano state decisamente disattese.

Per carità: è un libro piacevole. D’altronde, si sa che De Carlo sa scrivere, e anche in questo caso lo scrittore milanese non si smentisce. Però non riesce ad esplodere. Qua e là si ha il sentore che la storia potrebbe diventare interessante, che i personaggi sono ben delineati (anche se poco piacevoli), che l’ambientazione “c’è”, che le tematiche sono moderne e che potrebbero decollare. Ma purtroppo non lo fanno, e restano intrappolate dentro una ragnatela di luoghi comuni (tipici, per l’autore, gli stereotipi del personaggio televisivo in bilico tra squallore e depressione, oppure il marito separato che prova a rifarsi una vita). Il tema della città contro la natura (già presente in Due di due), ad esempio, pur essendo di per sè pericolosamente scontato, potrebbe aprire il cancello a riflessioni profonde. Veramente facciamo quello che ci piace? Siamo soddisfatti della nostra vita? De Carlo dà l’impressione di tentare un approccio con questi temi, ma subito abbandona il tentativo. Evita accuratamente di schierarsi da una delle due parti, cercando di rimanere obiettivo nei confronti dei diversi punti deboli dei due approcci, e si ha come l’impressione che stia rimandando la stoccata al momento conclusivo. Peccato che, invece, con l’approssimarsi della fine, De Carlo imprima una brusca accelerata a tutta la vicenda: i personaggi vengono fatti incontrare e scontrare tra loro (il cittadino e l’agreste, il marito e la moglie…), fino all’apoteosi dell’eccessiva litigata finale. La conclusione risulta così fra le più scontate, drastiche e fiacche che si potessero immaginare. Un finale che lascia l’amaro in bocca, come se l’autore si fosse stufato di scrivere e avesse fretta di consegnare il manoscritto all’editore.

Durante la lettura, ho avuto più volte l’impulso di prendere la matita e sottolineare alcune parti, come mi capita di fare sempre con i saggi, e mai coi romanzi. Evidentemente, sentivo dentro di me il desiderio di isolare le poche perle, che effettivamente ci sono, dal mare di eccessive parole in cui però sono immerse. E le perle sono costituite dalla vera dote di De Carlo: le dense osservazioni sulle piccole dinamiche psicologiche umane. Quelle cose che ti capita di sperimentare anche nella vita di tutti i giorni, ma che finché non trovi scritte sulla carta da qualcuno più bravo di te, non riesci ad identificare.

Tecnicamente, è da segnalare l’uso inconsueto del tempo presente, che inizialmente lascia molto perplessi, ma a cui via via ci si abitua. I capitoli, i cui titoli sono sempre la prima frase del paragrafo, si alternano tra i punti di vista dei quattro personaggi principali.

Non si possono certo biasimare tutti i recensori inferociti a causa della prevedibilità di De Carlo. Uno di loro, ad esempio, ha scritto: “Ormai il prossimo libro di De Carlo potrei scriverlo io. Vediamo… Umbria? Anarchia? Natura incontaminata? Pseudo-Anarchia? Personaggi femminili molto maschili e personaggi maschili molto femminili? Ok, fatto!”. Anche lo stile di De Carlo è il solito (lo stesso che, d’altronde, lo ha reso famoso). C’è la consueta fuga (consapevole o meno) dalla vita routinaria, l’introspezione dei protagonisti e lo scanner sulle loro vite/manie/frustrazioni. Tuttavia, non credo che saper identificare i tratti tipici della scrittura di un autore sia necessariamente un indizio di colpevolezza nei confronti della sua opera, ma piuttosto una dimostrazione della buona capacità critica del lettore. Così come tra l’identificare questo stile e il replicarlo c’è un abisso. Un abisso che comunque porterebbe ad una copia, non all’originale. Insomma, non vedo tutto questo problema.

Per questi motivi, penso che “Giro di vento” sia da inquadrare come un libro minore nella produzione di Andrea De Carlo, inserito perfettamente sul solco delle altre sue opere. Non si tratta di un libro con cui approcciarsi a questo autore (come invece potrebbero essere “Uccelli da gabbia e da voliera” o “Due di due”), se si vuole rimanere ammirati, ma di un libro da consigliare a chi già lo conosce ed ama in ogni caso il suo stile e la sua capacità di rappresentare le insicurezze, i dubbi e le false certezze della sua generazione.

Concordia

Il comandante, dice? Io so solo che a cena, quando a un tavolo vicino aprivano lo spumante col botto, lui lo ritrovavamo sotto al tavolo.

Linearità

Technology

Il grado di patetica fissazione raggiunta da molti ragazzi, generalmente brillanti, riguardo alla tecnologia non è distante dalla patologia grave.

Paralleli

Gli hard-disk costituiscono per l’informatica lo stesso problema che le pile rappresentano per la chimica.

Aspettando “alcuni maghi dall’Oriente…”

PANICO A GERUSALEMME

(Mt 2)

di Alberto Maggi

Fine di un’illusione

I primi due capitoli dei vangeli di Matteo e di Luca sono chiamati i “vangeli dell’infanzia”, denominazione che molti intendono come vangeli per l’infanzia. Infatti, trattando della nascita e dei primi anni di vita di Gesù, sembrano una raccolta di fatti fantastici, scritti per meravigliare i piccoli: Gesù bambino, i magi, i pastori, gli angeli, la stella, Erode nel ruolo dell’orco cattivo… personaggi adatti più per un presepio che per la fede.

In realtà questi vangeli non sono il ricordo dei primi passi di Gesù, ma un compendio teologico col quale gli evangelisti anticipano al lettore l’intera esistenza di Gesù, con particolare riferimento alla sua morte e risurrezione.

È questa l’ottica con la quale va letto il secondo capitolo del vangelo di Matteo, che si apre con la nascita di Gesù e l’improvvisa comparsa di “alcuni maghi”.

La sorpresa di quest’apparizione è sottolineata dall’evangelista con l’interiezione ecco: “Nato Gesù a Betlemme di Giudea, ai tempi del re Erode, ecco giunsero alcuni maghi dall’Oriente” (Mt 2,1).

Che c’entrano i maghi con il Figlio di Dio? Non è stato facile, per i primi cristiani, accettare la presenza imbarazzante dei maghi alla nascita del loro Signore.

Era inammissibile che i primi a rendere omaggio a Gesù fossero proprio coloro che esercitavano un’attività proibita dalla Legge divina (Lv 19,26) e che erano stati i rivali di Mosè (Es 7,22).

Anche dopo l’episodio di Betlemme, con il riconoscimento di Gesù come loro Signore, i maghi non sono stati rivalutati e gli unici che compaiono ancora nel Nuovo Testamento sono personaggi negativi: Simone, il mago che voleva comprare lo Spirito Santo (At 8,9-24) e un falso profeta che si faceva chiamare “Figlio di Gesù”, ma che Paolo smaschera quale “figlio del diavolo” (At 13,4-11).

Non potendo censurare l’episodio di Matteo, si è provveduto a neutralizzare il termine maghi, che nella lingua greca aveva il significato di imbroglioni, ciarlatani, di coloro che “predicono menzogne” (Ger 27,10). Così gli inquietanti maghi divennero gli innocui magi, unica volta che nella letteratura il termine greco màgoi veniva reso così.

Ma non bastava, occorreva dare ai maghi una dignità che allontanasse qualunque sospetto. Così, richiamandosi al testo di Isaia “Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere” (Is 60,3), i maghi vennero elevati di rango e fatti re, equiparandoli ai potenti della terra. Infine, in base ai doni portati, i maghi divennero tre e vennero posti loro anche i nomi, Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, uno bianco, uno nero e l’altro meticcio… e i personaggi per il presepio erano pronti.

Questa irruenza della tradizione sul testo ha fatto sì che l’importanza dei maghi nella nascita di Gesù fosse sminuita. Il significato della presenza dei questi pagani va ricercato nei doni che offrono a Gesù: “Oro, incenso e mirra” (Mt 2,11).

Portando a Gesù l’oro, offerta per il sovrano (1 Re 9,11.28) e simbolo di regalità, i maghi riconoscono il Signore come loro re. E’ la fine del sogno di restaurazione del regno d’Israele. Gesù è venuto a realizzare il regno di Dio (Mt 4,17; 12,28; At 1,6), regno che non è limitato ai Giudei, a un popolo, a una religione, ma è esteso a tutti quegli uomini che accettano di essere amati da Dio. L’evangelista anticipa così, nell’episodio dei maghi venuti dall’oriente, le parole di Gesù: “Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e sederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli” (Mt 8,11).

L’incenso era l’elemento specifico del servizio sacerdotale, adoperato in modo particolare nelle offerte di ringraziamento (Lv 2,1-2; 1 Sam 2,28). Ebbene, i maghi, che in quanto stranieri sono “pagani peccatori” (Gal 2,15), offrendo l’incenso, svolgono verso Gesù il compito dei sacerdoti, gli unici che potevano rivolgersi direttamente alla divinità nel culto. Il privilegio di essere un popolo sacerdotale non è più esclusivo di Israele (Es 19,6) ma viene esteso a tutti i popoli, pagani e peccatori compresi (1 Pt 2,9; Ap 5,10).

L’ultimo dei doni offerti dai maghi è la mirra. Nella Scrittura questa resina, dall’intensa fragranza, è il profumo con il quale l’amante conquista il suo amato (“Ho profumato il mio giaciglio di mirra”, Pr 7,17), e simbolo dell’amore della sposa per lo sposo (Ct 5,5; Est 2,12). Il rapporto tra il Signore e il suo popolo veniva raffigurato dai profeti con i tratti di un matrimonio, dove Israele era la sposa del suo Dio: “Come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te” (Is 62,5; Os 2). Anche il privilegio di essere la nazione sposa del suo Dio non è esclusivo d’Israele, ma è esteso alle nazioni pagane, delle quali i maghi sono i rappresentanti.

Nell’episodio dei maghi, Matteo presenta la fine dell’illusione di Israele, che pensava di essere il popolo eletto, la nazione chiamata a dominare su tutte le altre.

Dio non preferisce un popolo a scapito di un altro, ma è sempre pronto a mettersi a fianco degli oppressi contro i loro sopraffattori. E’ per questo che il Signore aveva liberato Israele dalla schiavitù egiziana. Ma quel che i Giudei consideravano un’azione unica e straordinaria, non è altro che il normale comportamento di Dio nei confronti degli oppressi. E se gli Israeliti da vittime si trasformano in oppressori, Dio è pronto a trattarli come trattò gli Egiziani: “Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto. Non maltratterai la vedova e l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io ascolterò il suo grido, la mia collera si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani” (Es 22,20-21).

A quella che pretende essere “la prima tra le nazioni” (Am 6,1), il Signore ricorda: “Non siete voi per me come gli Etiopi, Israeliti? Non io ho fatto uscire Israele dal paese d’Egitto, i Filistei da Caftòr e gli Aramei da Kir?” (Am 9,7).

Israele non è l’esclusivo popolo del Signore, lo sono anche quelle nazioni che i Giudei considerano nemiche: “Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani” (Is 19,25). Questi popoli sono anch’essi chiamati al servizio del Signore: “Gli Egiziani serviranno il Signore insieme con gli Assiri” (Is 19,23).

Quel che Israele considerava un suo privilegio non era che una responsabilità, quella di mostrare alle nazioni pagane la luce dell’unico Dio, il Signore, che aveva loro dato le sue leggi perché fossero una nazione santa (Es 19,6). Ma anziché giustizia e rettitudine, il Signore non trovò in Israele che “spargimento di sangue e grida di oppressi” (Is 5,7).

La città assassina

“Udito questo il re Erode si spaventò e con lui tutta Gerusalemme” (Mt 2,3).

Lo spavento di Erode per la nascita del re dei Giudei è comprensibile, quello dell’intera città di Gerusalemme meno. Erode, figlio di un Idumeo, non poteva essere re dei Giudei (Dt 17,15), ed era salito al trono usurpando la legittima dinastia degli Asmonei.

Erode sa di non essere amato dalla popolazione, ma temuto, e sospetta di tutto e di tutti. Ovunque vede complotti contro di sé e, secondo Giuseppe Flavio, “non c’era giorno od ora in cui il re potesse stare tranquillo” (Ant. XVI, VII, 3).

Potente, ma impaurito, questo re è la penosa caricatura dell’uomo di potere che vive del culto a se stesso, e “se qualcuno del suo popolo non era ossequioso verso di lui e, parlando, non si professava suo servo, se giudicava che gli ponessero domande sul suo modo di governare, Erode non era capace di controllarsi, poneva sotto inchiesta i suoi congiunti e ugualmente i suoi amici e li puniva severamente come nemici” (Ant. XVI, V,4).

Erode ha governato con il terrore, ma è sempre vissuto nel terrore che qualcuno, anche della sua stessa famiglia, si impadronisse del trono. Per questo non ha esitato a eliminare la moglie, la suocera, il nonno della moglie e un paio di cognati, pur di non mettere in pericolo il trono sul quale regnava da ormai quasi mezzo secolo.

Pur di evitare possibili pretendenti al trono Erode è stato capace di sopprimere ben tre suoi figlioli, l’ultimo dei quali, Antipatro, lo fece assassinare appena cinque giorni prima della sua stessa morte (Ant. XVII, VII,1).

È dunque comprensibile che Erode, re illegittimo, all’annuncio che era nato il re dei Giudei, si spaventasse.

Ma Gerusalemme perché è spaventata come il re?

Forse anche la città sa di usurpare qualcosa che non le appartiene? E’ cosciente che con la venuta del “Dio con noi” (Mt 1,23) dovrà restituire “a Dio quello che è di Dio” (Mt 22,21)?

Gerusalemme, sede dell’istituzione religiosa giudaica, che ha nel Sinedrio la sua massima espressione, si è impadronita del popolo del Signore. L’arrivo del vero Pastore significa per lei la fine: “Chiederò loro conto del mio gregge e non li lascerò più pascolare il mio gregge, così i pastori non pasceranno più se stessi, ma strapperò loro di bocca le mie pecore e non saranno più il loro pasto” (Ez 34,10).

Sommi sacerdoti, scribi e farisei, apparentemente al servizio di Dio, ponevano in realtà Dio a garanzia dei loro privilegi e interessi (Mt 21,37-39). Rivendican¬do di essere, per mandato divino, gli unici rappresentan¬ti di Dio, in realtà ne usurpavano il ruolo, attribuendosi quei poteri che solo il Signore poteva esercitare (Mt 23).

Nell’episodio dei maghi l’evangelista anticipa il comportamento di Gerusalemme, la città santa che rifiuterà il suo Salvatore (Mt 27,22).

Gerusalemme viene presentata sin dall’inizio sotto una luce tetra: è la città che ammazza i profeti, uccide gli inviati del Signore (Mt 23,37) e assassina lo stesso Figlio di Dio. Per questo la stella, che ha guidato i maghi d’oriente, non brillerà mai sopra questa città, e Gerusalemme, avvolta dalla cappa mortale, non vedrà mai il Cristo risorto (Mt 28,7).

Il re esorcizzerà la sua paura facendo “uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme” (Mt 2,16); Gerusalemme scaccerà la sua paura uccidendo “Gesù, il re dei Giudei” (Mt 27,37).

Gioia del Natale

Talvolta non essere anti-conformista è un atto anti-conformista.

Francamente…

La qualità dei porno è data al 95% dalla fotografia.

Midnight in Paris

Dopo molto tempo, torno ad aggiornare qualche voce della (ancora parecchio scarna) mia WikiArtPedia. La quale, tra l’altro, non aspetta altro che un bel restyling (ora che ho studiato l’html ed i fogli di stile).

MIDNIGHT IN PARIS

Il passato non è affatto morto, anzi non è nemmeno passato!

Con Midnight in Paris, Allen si concede un divertissement che sviluppa un tema tutto sommato semplice, rendendolo però acuto e piacevole. Il film rimane infatti sobrio, leggero, particolare e senza ripensamenti, come un piccolo cadeau, e certamente risulta poco adatto al grande pubblico americano. Manca il vero sarcasmo alla Allen, presente in modo molto meno marcato rispetto ai primi film.

Midnight in Paris, nella filmografia alleniana, si colloca dunque in una posizione di pur lieve rottura rispetto alle sue recenti opere, segnando non tanto una svolta nella carriera dell’anziano regista, quanto un recupero di alcune tematiche e caratteristiche proprie delle sue pellicole storiche, quali “Io e Annie” e “Manhattan”, ad esempio. L’amore e l’affetto quasi viscerali nei confronti di una città, Parigi, in cui la nostalgia di Gil per un’epoca che non ha mai vissuto può trovare libero sfogo grazie a degli incontri impossibili che solo la magia del cinema può regalarci e che il regista newyorkese ha il merito di rendere credibili, sospendendoli con sapienza tra sogno e realtà.

TEMA

La morale di fondo, come sempre nei finali di Allen, è decisamente rilevante, e tutto il film non è che un grosso palcoscenico montato per arrivare al punto: la nostalgia è stupida. Infatti, noi sognamo il passato depurato ed idealizzato, e per questo lo facciamo diventare vincente su un futuro che invece ci spaventa perché ancora non esiste. La vita, nella classica visione del regista, è sostanzialmente insoddisfacente, ed è per questo che amiamo rimpiangere il passato, illudendoci che sia esistito un tempo migliore. Allen giunge tuttavia alla conclusione che un briciolo di felicità si può scorgere nelle piccole cose, come nell’incontro con un’altra persona, magari su un ponte durante una notte piovosa.

Tuttavia, pur riconoscendo efficace lo spunto fantastico, esso sembra riproporre, col tuffo all’indietro nel tempo e i meccanismi ormai usuali nell’autore, qualcosa di già visto e scontato. Al centro troviamo il solito intellettuale californiano, con il solito contorno (genitori della fidanzata e fidanzata medesima) di membri dell’altrettanto ovvia middle-class americana rozza, conservatrice e diffidente, dipinta fino alla macchietta. La stessa storia non riesce ad ingranare e coinvolgere. Certo, l’obiettivo di Allen è tutto sommato meramente estetico e favolistico, ma purtroppo il film si avvolge su se stesso e nella ripetizione di situazioni.

I personaggi vanno forse interpretati in chiave quasi allegorica, senza far troppo caso alla loro stilizzazione. I futuri suoceri impersonano il lato conservatore e appagato della vita presente. Inez rappresenta la sicurezza, l’istituzione che, momentaneamente, è la stabilità che stempera l’emozione e riduce il sogno di Gil ad un ridicolo comportamento infantile. E’ invece una terza donna, una parigina del presente, a dare una speranza a Gil, a fargli trovare un compromesso tra l’amore sconfinato per i grandi che ci hanno preceduto e da cui possiamo ricavare tanto, e un occhio positivo verso non il futuro, ma almeno quello che il presente può offrirci.

Più volte viene poi evidenziata lo squallore della visione conformista dell’arte (come in Inez), opposta a quella di Gil, che non si limita alla conoscenza derivante dalla mera lettura dei libri, ma che è costituita da un continuo percorso di crescita personale.

TECNICA

Se la mancanza di reale consistenza narrativa e l’eccessiva linearità del contenuto possono lasciare perplessi, per quanto riguarda la tecnica il film rimane ai consueti alti livelli. Ottima la fotografia di Darius Khondji, caratterizzata da luci gialle basse e soffuse, che ricrea il clima sfavillante dei gloriosi anni venti. Anche la regia, i dialoghi, il montaggio e le interpretazioni divertite (e divertenti) sono sull’alto standard a cui Allen ci ha abituati da tempo.

Pur rasentando a tratti la lentezza, il film riesce a rimanere imprevedibile per tutta la sua durata, durante la quale lo spettatore non fa che chiedersi come verranno spiegati tutti gli arcani. I quali, sostanzialmente, rimangono tali. Perché non è la storia ad essere importante, ma piuttosto le atmosfere create.

Dal punto di vista della comicità, in quest’opera gran parte dell’umorismo del regista risulta parecchio smorzata, o comunque è stata volutamente messa da parte.

AMBIENTAZIONE

L’ambientazione in questo film risulta fondamentale, tanto che la magica ed eterna Parigi, con tutto ciò che essa ha significato per alcuni intellettuali americani, diventa l’oggetto stesso di molti brillanti dialoghi. Il maestro Woody Allen torna infatti a girare secondo la collaudata formula “introspezione e un’intera città come scenografia”.

Così come in Manhattan, Allen sceglie di iniziare con una carrellata di suggestive immagini da cartolina, accompagnate dalle note di Si tu vois ma mère, per aprire la sua lettera d’amore nei confronti della città. La sua attenzione non è tuttavia rivolta alle classiche mete del turismo (il Louvre viene inquadrato solo una volta), ma soprattutto si rivolge verso le stradine della vita quotidiana, come se fosse alla ricerca dei tanti personaggi che hanno abitato questa straordinaria città.

Allen continua dunque ad ambientare i suoi film migliori in Europa, confermando questa sua attitudine ad un cinema non urlato, così differente da quello dei suoi colleghi d’oltreoceano.

COLONNA SONORA

Come in ogni film di Woody Allen, la colonna sonora risulta deliziosa e perfettamente calzante.

ATTORI

Buona l’eccentrica performance di Owen Wilson, che si rivela un credibilissimo alter ego del regista, perfetto nell’aggiungere una nuova variante all’eroe alleniano.

Per quanto riguarda la tanto chiacchierata partecipazione di Carla Bruni, il suo ruolo si riduce praticamente ad un cameo. Se venissero eliminate le due scene in cui essa compare, il film non subirebbe nemmeno un danno: Owen Wilson non potrebbe dire una battuta molto carina su Rodin, che per altro poteva essere «seminata» in altro modo. Il ruolo della guida turistica poteva insomma essere interpretato da chiunque, e forse c’è stata una perfida ironia nell’affidarlo alla première dame di Francia.

ISPIRAZIONE

Per effetto della trama, il film è costellato ancora più del solito di riferimenti storici ed artistici. Il protagonista, ad esempio, incontra tutti i suoi idoli, vedendoli nei tratti essenziali e persino banali con cui li ha immaginati. Il rigoroso Buñuel, il matto Dalì (che vede rinoceronti ovunque), l’ubriacona depressa Zelda, il rude e terrigno Hemingway, con la sua parlata a ripetizione, l’egocentrico Picasso: sono tutte “figurine” che non hanno nulla di umano né di tridimensionale. Allen dipinge i mostri sacri della letteratura e dell’arte del periodo come altrettante macchiette che masticano citazioni di se stessi, in una allegra quanto approssimativa rappresentazione archetipica e un po’ buffa. Ma questo effetto è voluto. Come spiega lo stesso Allen in una conferenza stampa: “non sono Kurosawa o Fellini… Il ritratto dei personaggi celebri non cerca la profondità o l’introspezione, ma lo sketch”.

Dal punto di vista della storia, invece, non è difficile notare i parelleli con “Non ci resta che piangere”, o perfino con Cenerentola (la macchina che porta il protagonista indietro nel tempo passa sempre dopo lo scoccare della mezzanotte).

Lo slittamento strizza anche l’occhio a “La rosa purpurea del Cairo”, ma soprattutto a uno strepitoso racconto dello stesso Allen, “Il caso Kugelmass”. In quest’ultimo, un professore dalla vita coniugale infelice si rivolgeva ad una maga chiedendo di essere “spedito” tra le pagine di “Madame Bovary”.

Il suggerimento che Gil dà a Buñuel per un film è la trama de “L’angelo sterminatore”. Il regista spagnolo risulta incapace di capire che senso abbia. Infatti, egli lo realizzerà quasi 40 anni dopo, nel 1962.

CURIOSITA’

Alcune scene sono memorabili. Ad esempio, quando Gil spiega ai surrealisti di venire dal futuro, e loro non ne restano per nulla sorpresi, ma anzi lo trovano ovvio.

Tonino

Devo ammettere che, in questo periodo in cui non ho la minima fiducia neanche in mezzo politico… Di Pietro mi dà l’impressione che più invecchi e più migliori.

I miei giganti